Rumori molesti in condominio

 

Rumori molesti in condominio e prova del danno

(Corte di Cassazione, ordinanza n. 6867/2018)

 

Il fatto

Due condomini citano in giudizio gli inquilini del piano sovrastante per vederli condannare al risarcimento danni a causa dei rumori molesti provenienti dal loro appartamento.

Il Tribunale, quale Giudice di secondo grado, a seguito delle risultanze della CTU e della prova testimoniale,

in riforma della sentenza di primo grado, condannava i convenuti.

Di qui il ricorso in Cassazione da parte degli stessi per aver il Giudice d'appello errato nel ritenere provata

l'esistenza dei rumori molesti sulla base di una perizia tecnica di parte redatta in assenza di contraddittorio.

La Corte di Cassazione ribadisce come in tema di immissioni la soglia della normale tollerabilità possa

essere accertata facendo ricorso a mezzi di prova di natura tecnica. Allo stesso tempo è possibile ricorrere

all'audizione di testimoni.

Pertanto la parte è libera di chiamare a testimoniare il proprio CTP sui fatti dallo stesso accertati nella

perizia, i quali, se confermati dai testi, acquisiscono valore di piena prova su cui il Giudice può fondare la

sua decisione.

Alla luce di quanto sopra la Corte rigetta il ricorso.

 

Rumori molesti in condominio e applicabilità dell’art. 659 c.p.

(Corte di Cassazione, sezione penale, sentenza n. 18521 del 2/05/2018)

«Per la configurabilità della contravvenzione di cui all'art. 659 c.p. non sono necessarie né la vastità

dell'area interessata dalle emissioni sonore, né il disturbo di un numero rilevante di persone, essendo

sufficiente che il disturbo venga arrecato a un gruppo indeterminato di persone e non solo a un singolo,

anche se raccolte in un ambito ristretto, come, ad esempio in un condominio».

 

Il fatto

Tizio, legale rappresentante di un'associazione culturale, veniva condannato dal Tribunale alla pena

dell’ammenda per il reato di cui all'art. 659 c.p., per aver recato disturbo mediante schiamazzi e rumori

superiori alla soglia prevista dal D.P.C.M. 14 novembre 1997.

Tizio ricorreva allora in cassazione, lamentando:

- che le immissioni sonore avevano riguardato solo una ristretta e determinata cerchia di persone, in

un ambito territoriale determinato (il Condominio). Il Tribunale aveva, quindi, omesso di

accertare che il disturbo alle persone avesse riguardato, almeno potenzialmente, un numero

indeterminato di persone e che si fosse così configurato il pericolo concreto per la quiete pubblica;

- le lamentele dei vicini e le loro denunce non potevano, a suo dire, essere considerate come prova

della diffusività dei rumori medesimi.

La Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile in quanto i motivi formulati dall'imputato richiedevano

una rivalutazione dei fatti preclusa in sede di legittimità.

 

Tuttavia, la Corte:

1. conferma la coerenza delle argomentazioni dedotte dal Tribunale il quale era giunto alla sua decisione

sulla base delle dichiarazioni testimoniali, dei sopralluoghi e delle misurazioni compiute da tecnici dell'ARPA

Lombardia che avevano confermato il superamento dei limiti normativamente stabiliti che dalle emissioni

sonore provenienti dal locale. Detti rumori e suoni non avevano disturbato soltanto il denunciante e i suoi

famigliari, che abitavano in un appartamento posto al piano superiore rispetto al locale, ma tutti gli abitanti

nelle vicinanze di detto locale.

2. ribadisce che «per la configurabilità della contravvenzione di cui all'art. 659 c.p. non sono necessarie né la

vastità dell'area interessata dalle emissioni sonore, né il disturbo di un numero rilevante di persone, essendo

sufficiente che il disturbo venga arrecato a un gruppo indeterminato di persone e non solo a un singolo,

anche se raccolte in un ambito ristretto, come, ad esempio in un condominio».

Viene dunque confermato l'orientamento ormai consolidato secondo il quale:

- affinché si configuri, in ambito condominiale, la contravvenzione di cui all'art. 659 c.p., è necessaria la

produzione di rumori idonei ad arrecare disturbo o a turbare la quiete e le occupazioni non solo degli

abitanti dell'appartamento sovrastante o sottostante la fonte di propagazione, ma di una più consistente

parte degli occupanti il medesimo edificio (Corte di Cassazione penale, sentenza n. 45616 del 14/10/2013-

n. 47298 del 29/11/2011 - n. 18517 del 17/03/2010 - n. 1406 del 12/12/1997).

- perché si verifichi una lesione o messa in pericolo della pubblica tranquillità, occorre che i rumori molesti

abbiano una diffusività tale che l'evento di disturbo sia “potenzialmente” idoneo ad essere percepito da un

numero illimitato di persone, mentre è indifferente che la lesione del bene si sia in concreto verificata.

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